CARLO VIGHI Artista pittore. Produzione dipinti, bassorilievi e sculture.
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Le Relazioni a cura di Monica Daccò

L’io e il tu abitano il mondo in un orizzonte relazionale che coinvolge ogni esperienza di vita. Uomini e donne in dialogo incontrano l’altro nella prossimità rispettosa e non omologante,

nella distanza che permette di coltivare il desiderio come aspirazione di arricchimento, di pienezza. La relazione è parola, gestualità, sensibilità al contesto, pensiero che lavora con sentimento. Relazione è “Con”: un’esplorazione del mondo insieme all’altro, l’accoglienza e l’ascolto di una nuova prospettiva, presenza che non impone e che non possiede. Esserci con amore, testimoniare in due e nella comunità umana, per costruire ponti di relazioni, per condividere progetti, per appartenere all’essere e non all’avere.

Testimonianza

Fra la notte e il giorno
c’è un territorio indeciso.
Non è luce né ombra: è tempo. [..]

Io scrivo: parlo con me, parlo con te.
Vorrei parlarti [..]
con parole visibili e palpabili,
con peso, sapore e odore
come le cose.

Anch’io, parlandoti,
divento un mormorìo,
aria e parole, un soffio,
un fantasma che nasce da queste lettere.
Amare:
aprire la porta proibita, passaggio che ci porta all’altro lato del tempo. 

Amare: una variazione,
appena un momento
nella storia della cellula primigenia
e delle sue innumerevoli scissioni.
Asse su cui ruotano le generazioni.

Invenzione, trasfigurazione:
Il sangue:
musica nel diramarsi delle vene;

il tatto:
luce nella notte dei corpi. [..]

Trasgressione della fatalità naturale, cerniera
che allaccia destino e libertà,
domanda
incisa sulla fronte del desiderio:
accidente o predestinazione?

Memoria, cicatrice:

da dove siamo stati strappati?, cicatrice,
memoria: sete di presenza,
ricerca della metà perduta.


L’Uno
è il prigioniero di se stesso,
è, solamente è, non ha memoria,
non ha cicatrice:
amare è due, sempre due,
abbraccio e lotta,
due è voler essere uno
ed essere l’altro, l’altra;
due non riposa,
non è mai completo

Gira intorno alla sua ombra

Cerca ciò che perdemmo nascendo;
la cicatrice si apre:

fonte di visioni;
due: arco sopra il vuoto,
ponte di vertigini;

due:
specchio delle mutazioni.

 

Amore, isola senza ore,
isola circondata di tempo,
chiarore
assediato dalla notte.
Cadere
è ritornare,
 cadere è salire.
Amare è avere occhi nelle gemme,
palpare il nodo in cui si annodano
quiete e movimento.
L’arte di amare
è arte di morire?
Amare è morire e rivivere e rimorire: è la vivacità.
                       

Ti amo
perché sono mortale
e tu lo sei.
Il piacere ferisce,
la ferita fiorisce.
Nel giardino delle carezze
tagliai il fiore di sangue
per adornare i tuoi capelli.
Il fiore divenne parola.
La parola arde nella mia memoria. 

Il desiderio lo inventa,
lo ravvivano i digiuni e le lacerazioni,
la gelosia lo stimola,
l’abitudine lo uccide.
Un dono,
una condanna.
Furia, beatitudine.
È un nodo: vita e morte.
È una parola: dicendola, ci dice.

L’amore inizia nel corpo
dove termina?
Se è fantasma,
si incarna in un corpo;
se è corpo,
al toccarlo si dissipa.

Apparizione: l’istante ha corpo e occhi,
mi guarda.
Alla fine la vita ha volto e nome.
Amare:
fare di un’anima un corpo,
fare di un corpo un’anima,
fare un tu di una presenza.

Amore: riconciliazione con il Gran tutto
e con gli altri, i minuscoli tutti
innumerevoli.

Tornare al giorno dell’inizio.
Al giorno d’oggi.

Io scrivo:
parlo con te: parlo con me.
Con parole d’acqua, di fiamma, d’aria e di terra
inventammo il giardino degli sguardi.
In alto
le costellazioni scrivono sempre
la stessa parola;

 Noi,
qui in basso, scriviamo
i nostri nomi mortali.
davanti a noi
sta il mondo [..]

 Forse amare è imparare
a camminare per questo mondo.
Imparare a rimanere quieti
come il tiglio e la quercia della favola.
Imparare a guardare.
Il tuo sguardo semina.
Piantò un albero.
Io parlo
perché tu raccolga le foglie.   

 

Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno